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I chirurghi che si accingono ad applicare una nuova tecnica di trapianto, generalmente la fanno precedere da esercitazioni sugli animali, per dare una giustificazione preventiva ad eventuali insuccessi nell'uomo. Così anche Christian Barnard, prima di compiere i suoi primi trapianti di cuore nell'uomo si esercitò a lungo su numerose specie animali. A quanto pare i risultati sugli animali furono così soddisfacenti che lo stesso Barnard, il 2 dicembre 1967, a Città del Capo, si decise ad operare su un uomo. Il paziente morì dopo pochi giorni e così un anno dopo egli fece il suo secondo trapianto di cuore su un altro malato cardiopatico: la sopravvivenza fu di 20 mesi.
Da allora sono stati compiuti molti trapianti con esito positivo, se si considera il periodo di sopravvivenza
dei pazienti. I risultati complessivi di queste operazioni dovrebbero apparire chiari a tutti: le esercitazioni compiute sugli animali non portarono a nessun progresso in quanto i primi pazienti che furono operati morirono nel giro di poche settimane. Sulla loro morte e non sugli animali fu elaborata la tecnica che permise di ridurre gli insuccessi e che permette al giorno d'ogginumerosi trapianti con esiti sempre più positivi. Per i trapianti il problema non è tanto tecnico, ma immunologico: il possibile rigetto. Quest'ultimo non può essere risolto con gli animali, il cui sistema immunitario differisce totalmente da quello umano. Nel 1984, il Prof Leonard Bailey, eseguì il primo xenotrapianto tra un babbuino e Baby Fae (il nome dato a una bambina nata pochi giorni prima con una malformazione cardiaca). La piccola vittima morì pochi giorni dopo l'intervento a causa del rigetto. Eppure l'idea assurda del trapianto d'organo tra specie diverse (xenotriapanto) non è mai stata abbandonata, e ai giorni nostri si cerca ancora tramite combinazioni chimiche di trovare un farmaco che possa far fronte al rigetto e che possa permettere il trapianto stesso, dimenticando che il sistema immunologico degli animali differisce da quello umano.
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