Le ricerche sugli animali nelle Università oltre che rappresentare un guadagno economico, come nel caso delle altre industrie, rappresentano anche una scuola di apprendimento di tecniche vivisettorie, dove lo studente, avviato a tale pratica, difficilmente cambierà metodologia e questo a discapito della vera scienza, che dovrebbe insegnare, oltre al rispetto della vita, "Primum nihil nocere" (Ippocrate), anche delle efficienti metodologie sperimentali che non comportino l'utilizzo di animali. Nelle Università con indirizzo scientifico esistono due tipologie principali di laboratorio: i laboratori di tesi di laurea ed i laboratori didattici.

Nei laboratori di tesi di laurea viene svolta l'attività di ricerca: spesso vengono condotti esperimenti su animali vivi. I laboratori didattici sono invece quelli che lo studente incontra all'interno dei bienni o trienni propedeutici. In Italia, l'utilizzo degli animali a fini sperimentali è regolamentato dal decreto legislativo 116/92 che recepisce la direttiva 86/609/CEE: "In deroga all'art. 3, comma 1, il Ministro della Sanità autorizza gli esperimenti a semplice scopo didattico soltanto in caso di inderogabile necessità e non sia possibile ricorrere ad altri sistemi dimostrativi".

Solo in Italia, è attiva la legge 413/93 "Norme sull'obiezione di coscienza alla sperimentazione animale. Questa obbliga le strutture a fornire allo studente modalità di insegnamento che non prevedono l'utilizzo di animali. Gli studenti possono richiedere nelle segreterie universitarie l'apposita domanda. In caso di esistenza di metodi sostitutivi utilizzabili, l'uso di animali non dovrebbe essere permesso in quanto, secondo il decreto legislativo 116/92, cade il caso di inderogabile necessità. Parecchi corsi di laurea hanno adottato metodi sostitutivi come filmati e software multimediali.



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